…realtà potenziale
Dire le cose le fa accadere, forse anche solo pensarle, in un modo più vero e più reale di quello che ci é dato conoscere.
Non l?ho detto io che la realtà potenziale é realtà amplificata da ciò che accade più tutto ciò che potrebbe accadere.
É per questa ragione che diamo tanto valore alla comunicazione. Gli oggetti che comunicano raccontano storie che vanno oltre la realtà fisica dell?oggetto in se.
Creano un prima e dopo, ed anche un possibile o un sarebbe potuto essere, che estende le cose in uno spazio che non é più solo fisico.
Gli oggetti destinati a diventare immemorabili sono solo quelli che lavorano su questo livello di realtà: la realtà potenziale.
La realtà potenziale libera le cose, svincolandole dal tempo e dallo spazio ed ognuno di noi cerca la liberta.
…che senso ha?

E? da un sacco di tempo che sogno di volare e giù con milioni di tentativi di interpretazione.
Mi piacciono le moto, pure le custom, anche se faccio finta di non vederle.
Mi piacciono gli stivali, pure o forse soprattutto quelli con la punta tipo cow boy, anche se non li indosserei mai.
Mi piacciono i cavalli, anche se ho una paura matta quando ci salgo sopra.
Mi piace la velocità che da i brividi, che ti trascina dentro un delirio simile all?onnipotenza.
Inseguo la bellezza e quello si che mi ha fatto sbagliare e non mi ha risparmiato dolore.
Mi perdo nei tramonti, e non sono per niente romantico.
Se nuoto vado al fondo, dove sei sospeso tra le cose senza che nulla ti sfiori.
Ho cercato tanto tempo un filo di coerenza tra tutto questo e ieri mattina, come se fosse la cosa più normale del mondo, mi è venuta in mente la parola Libertà.
Non c?è altro denominatore comune, se non quello di inseguire le tracce che lascia sulle cose la Libertà. Che poi è sbagliato dire così, sarebbe meglio dire che sto cercando cose plasmate dalla Libertà, ma è lei l?oggetto che manca.
Perché? Perché manca il coraggio.
…noi qui da terra
Dall?alto della scogliera sento il mare.
Il mio corpo funziona come una cassa armonica ed amplifica il suono delle onde, le voci della gente, ma anche il volo degli uccelli, l?arricciarsi del vento ed il profumo delle alghe.
Rimango prigioniero di ricordi ed emozioni che mi confondono fino ad ingannare i miei sensi. Continuo a guardare le onde, cerco l?orizzonte tra la foschia del tramonto, ma trovo soltanto i miei sogni caduti, la mia inappagata voglia di libertà, i volti di quelli che hanno contato qualcosa per me. Il mio passato si proietta alla rovescia, in avanti schiacciando il futuro e rendendolo insopportabile.
Sono immobile spettatore davanti allo schermo immenso del mare, ho solo l?alibi di non conoscere il vento, di non saperlo imbrigliare dentro vele e cime, ma non ci credo molto neanche io. So benissimo che dovrei essere lì a salutare da lontano chi mi osserva dall?alto della rupe. Quel rumore di fondo che da qui sa solamente di ricordo, di lontananza e d?inaccettabile assenza, dovrebbero essere le mie urla, i miei suoni, i miei vagiti squillanti di vita.
La paura mi conquista con il suo ammaliante sussurro che continua a ripetere una singola frase: ?io ti proteggerò?.
Del coraggio non so parlare, si dice edonismo, egocentrismo, temerarietà.
Io non so distinguere ne giudicare perché vivo sulla scogliera.
Le mie lacrime forse non arriveranno mai al mare, le mie mani non potranno allungarsi più verso le tue, ma i miei ricordi ti salveranno intatto, compagno d?anima, per sempre.
…alla deriva

trenta nillimetri di pioggia.
quaranta nodi di vento.
settanta per cento di umidità e diciannove gradi reali di temperatura.
lo so perché é da un pò che leggo ogni bollettino meteo, ogni previsione.
mi sbatto come un mulo, pensando che le mie mani non sono fatte per cliccare, vergare, approvare, salutare e presentare, ma solo per cazzare, lascare e impugnare un timone.
ogni tanto metto una mano nel taschino, sto cercando la pipa. ogni tanto il mio sguardo tradisce una distrazione inconsueta, che chi mi ha da sempre conosciuto non sa identificare, mi sto solo chiedendo cosa fare se, in un?andatura di lasco, volessi orzare.
mi faccio domande strane, come di chi sta imparando. domande che sanno più di tecnica e di manulale che di vento e barche.
il mio brutto vizio di mandare avanti la testa, prima che il cuore ed il corpo, si ripropone anche adesso, come ogni volta che tento di entrare dentro qualcosa.
quando sono salito in barca per la prima volta, non sapevo nulla. non sapevo che c?é un comandante vero, al quale si deve ubbidire veramente e non per gioco. non sapevo che gli ordini non si discutono e che tutto quello che sei e che credi di sapere, lo devi lasciare sul pontile. ho fatto un sacco di domande, tutte nei momenti sbagliati, ho avuto pochissime risposte, tutte nei momenti giusti.
ero arriabbiato nero, sono stato umiliato da uno che magari non sa neanche scrivere il suo nome. ho visto le mie mani intorcigliarsi l?una contro l?altra, con il cervello impazzito ad impartire comandi inascoltati. tutta la mia sensibilità e la mia intelligenza non mi sono bastate a capire da quale direzione spirava il vento, quanta tenzione potessero sopportare ancora le vele.
ho dovuto fare silenzio.
ho dovuto ascoltare e smettere di filtrare le mie senzazioni con un esperienza che non c?entra nulla con le cose di mare.
ho dovuto dire ?non lo so?, ho dovuto ammettere ?non capisco?.
appena sceso sulla banchina sono corso a comprare un libro, a cercare un corso.
adesso ho la migliore attrezzatura, il giubotto più caldo, le scarpe più confortevoli.
continuo inesorabilmente a farmi sempre le stesse domande. continuo inesorabilmente a cercare risposte sempre negli stessi luoghi. ciò che ottengo non mi soddisfa, lascia non detto qualcosa che sfugge. ardo di sete come un bambino dopo una corsa e l?unico sollievo é stringere la pipa tra le mani, spiando quel minuscolo pezzetto di cielo superstite tra i palazzi del centro.
…nera, bassa, maledettamente bella.

Nera, bassa, maledettamente bella.
Snocciolo le marce come fossero tasti sotto le dita di un pianista, il rumore degli scarichi mi parla di bielle, di cilindri, pistoni. Un gioco di movimenti perfetti, costruiti da anni di sapere. Stacco una mano dal manubrio, vola via come fosse di carta.
A questa velocità non c?è nulla che potrebbe sopravvivere anche ad una sola semplice scivolata. L?asfalto bagnato corre sotto le mie scarpe, ne sento l?alito di morte.
Sfioro la leva del freno, come si fa con il viso di una donna quasi sconosciuta ma già amata. Provo la stessa ebbrezza, lo stesso gusto di osare qualcosa di proibito. La moto non reagisce in modo brusco, ma si abbassa lievemente in avanti, quasi ad accogliermi meglio. È un invito all?unione perfetta. Il led luminoso indica un regime del motore sempre più elevato ed ogni volta che scalo una marcia, pulsa come uno strumento medico che registri il battito di un cuore. La velocità cala, si approssima una curva ampia. Cambio posizione sulla sella, mi affaccio sul vuoto della strada, ormai senza più vertigine. La moto s?inclina, so che devo tirare più dentro la punta del mio stivale se non voglio che tocchi terra. Mi abbasso ancora con la forcella che affonda, una mano tocca il freno, l?altra sfiora appena la frizione. Sento la ruota posteriore scomporsi un po?, è il momento di aprire il gas. Lo faccio con calma, la moto ritrova il suo assetto ottimale, un rumore di metallo mi ricorda che più di così non è possibile piegare. Inizio la risalita con la ruota posteriore in piena trazione, mi godo una lieve, impercettibile, derapata.
Adesso vedo il contagiri schizzare in alto, oltre la zona rossa. Superati gli ottomila, il rumore degli scarichi cambia, diventa un urlo che accompagna il salto nell?iperspazio. Ad oltre 220 indicati sto già pensando alla prossima curva. Ho giusto il tempo di lanciare uno sguardo al tachimetro per leggere 228 kmh, poi mi attacco mani e piedi ai freni. Mi aspetta una ?s? da brivido. Ogni volta che arrivo a questo punto mi assale una piccola incertezza. È solo un attimo ma so che potrebbe essermi fatale. Decido di tagliare i cordoli, dentro di me incrocio le dita sperando che la Yamaha non mi disarcioni. Salto con la ruota d?avanti in aria, tra la prima e la seconda curva. Mi fanno male i polsi ma sono felice come un bambino per l?impennata.
Non ho il tempo di esaltarmi che mi aspetta la parabolica, una di quelle curve che se sbagli l?ingresso non puoi fare più nulla, se non sperare che il muretto non faccia troppo male.
M?infilo in piena accelerazione, proprio nel punto in cui l?asfalto è più nero. La moto si schiaccia sotto il peso della centrifuga, sento sulla schiena ogni singola asperità del terreno. Non oso guardare il tachimetro, so che non è possibile pensare di affrontare una curva a questa velocità: non è razionale. Con gli occhi conto ogni centimetro che mi separa dal muretto esterno. Misuro la distanza che resta alla fine della curva e la confronto continuamente con la mia distanza dal muretto. Ho oggettivamente paura, ma la mano destra non ha nessuna intenzione di mollare l?acceleratore. La moto sente la mia indecisione e me la rimanda amplificata sotto forma di piccole oscillazioni. Ad un certo momento il mondo precipita ed io non capisco più nulla. Vedo il muro, sento la moto, la curva, il mio respiro dentro il casco ed una sensazione accecante s?impadronisce di me. Quando tutto finisce mi ritrovo solo al centro del rettilineo, con la moto lanciata alla massima velocità verso la prossima emozione.
…le vacanze sono dentro di noi

Trieste ore 8.30: dopo una notte insonne, passata a masturbarsi sia il cervello, sia i genitali, pensando al lavoro ed alle cosce delle colleghe, il povero Mario si appresta ad avviare la Kawa. E’ ancora quella di un tempo, perché la nuova moto ha fatto solo una fugace apparizione dal concessionario, per poi essere subito riassorbita dalla burocrazia locale che non ha consegnato le targhe. Mario è stanco, ma quasi felice perché sa che tra qualche minuto potrà delegare un pò del suo stress ai suoi colleghi: d’altronde è vero o no che la loro filosofia è di distribuire equamente il carico di lavoro?
Trieste ore 10.45: L’umido della bava sul cuscino sveglia Fabio. Il sapore del vomito della notte prima gli ritorna come una fitta, che oltre al gusto gli attanaglia anche tutti gli altri sensi. Dall’altro lato del letto non c’è più Lara, lei infatti è già a lavoro da alcune ore. Questo pensiero, l’efficienza della sua donna, incrina subito l’umore di Fabio, che cavalcando un misto di frustrazione e rabbia, scoreggia sonoramente. Mentre si stira i muscoli guarda distrattamente l’orologio. E’ tardi, ma Mario sarà già in ufficio, quindi per quella consegna non c’è da preoccuparsi: d’altronde è vero o no che è stato Fabio a salvare Mario da un inquietante futuro da professore di storia dell’arte?
Milano ore 6.30: Alessio è già al secondo giro dell’isolato, il suo Ipod ha quasi esaurito le batterie, ma lui no! Corre sempre più forte e dentro di se organizza il programma della giornata. Non sente il peso della fatica, così come non sente il peso delle responsabilità. Ogni tanto gli viene il sospetto di non sentire proprio un cazzo, ma allora si porta a casa una studentessa e la vita ricomincia. Le dodici ore che lo aspettano lo vedranno interpretare il suo miglior personaggio: figo, colto, ambizioso, sicuro di se. Solo 12 ore e poi sarà di nuovo libero di correre, di nuovo libero di ascoltare la musica scaricata in rete, di nuovo libero di…
Trieste ore 10.00: Mario è arrivato in ufficio già da un po. Non c’è nessuno, prova a chiedere informazione e gli viene detto che Elena e le altre sono in ferie da oggi e di Fabio nessuno sa parlare. Il suo primo impulso sarebbe incazzarsi ma sa che non serve, c’è un lavoro da finire per oggi e poi Fabio non sarà così incosciente da fregarsene? Raccoglie il materiale prodotto di notte ed incomincia a dargli una forma presentabile in modo da poterne discutere con gli altri, mentre lo fa una domanda lo assilla “ma perché sono voluto andare via da casa?”
Trieste ore 12.00: Fabio arriva in ufficio incazzato perché non è riuscito a fare colazione, visto che il suo portafoglio è introvabile! inoltre lo ha chiamato Lara che quando ha scoperto che ancora era a casa a quell’ora lo ha cazziato come un ragazzino. Il viso tumefatto di Mario, poi non lo aiuta, vorrebbe quasi inveire contro di lui, ma ha bisogno che gli presti i soldi per un caffè quindi…
Milano ore 8.30: Non può essere successo! Non è mai successo in effetti che Alessio dimentichi un appuntamento, ma questa mattina sembra proprio che il sistema perfetto che lui ha messo in campo per tenere sotto controllo la sua vita, abbia fatto cilecca. Il palmare, l’email, il telefono ed il pc sono rimasti zitti e così Alessio ha dato buca al preside della facoltà. Non è la paura delle conseguenze che lo inorridisce, bensì il fatto di aver scoperto una falla nella struttura perfetta che lo circonda!
Trieste ore 13.30: Fabio è tornato quindici minuti fa dal caffè, ha letto le email, ha fumato una sigaretta (di Mario) e fatto qualche telefonata, adesso è pronto per il pranzo. si gira verso Mario, che invece è stato tutto il tempo chino sul pc, e gli sferra un calcio potente. Mario non si muove subito perché deve concludere un pensiero, ma poi si gira e con uno sguardo da sambernardo incazzato gli urla in faccia tutta la sua rabbia e la sua frustrazione. Fabio è abituato agli sfoghi dell’amico per cui lo lascia finire. Alla fine sa che basterà offrirgli il pranzo per ricondurlo all’obbedienza: è o no pur sempre un terrone?
Bologna ore 13.31: scrivo un email a Fabio, Mario e Alessio. Tento di metterci dentro l’amicizia che ci lega. mi serve convincerli che partire è indispensabile per ritrovarsi ancora insieme. Cerco di trovare un’immagine che li faccia commuovere ed allora provo a pensare ad ognuno di loro, così rivedo le loro vite e mi rendo conto che non c’è bisogno di aggiungere nulla…
…la Donna Sfida
Mi rendo conto solo adesso che, tranne un’unica eccezione, nella mia vita è sempre esistito un solo esemplare di donna: la Donna Sfida.
La Donna Sfida si contraddistingue per la sua irraggiungibilità, che può essere causata da vari fattori.
La Donna Sfida non è un essere umano è un simbolo astratto di tutto quello che non siamo mai riusciti ad essere, delle nostre insicurezze, delle nostre frustrazioni. La Donna Sfida incarna il nostro desiderio di non arrenderci alla nostra illimitata imperfezione, di non rinunciare ai nostri sogni, di non crescere mai.
Ha il fascino inossidabile della frontiera inesplorata e, a guardarla negli occhi, si prova inequivocabile la nostalgia per quello che non abbiamo mai avuto e che non avremo mai, per ciò che non siamo mai stati e non saremo mai.
Io ho sempre, solo amato questo tipo di donna.
La incontravo nei pub delle città dove ho vissuto, sempre un po? troppo brilla, sempre un po? troppo bella, mai sola.
Mi è capitato di vederla nelle sale da ballo, stretta dentro abiti chiari e profumati, quando intorno il calore si faceva per tutti insopportabile.
L?ho incrociata sulle spiagge da sogno di paradisi perduti. Era bellissima, distesa accanto uomini distratti.
Sempre irraggiungibile. Sempre distante, ma ad un passo da tutti i miei sogni.
Sono rimasto incantato a guardare i suoi piedi perfetti, dalle dita lunghe affusolate. Le caviglie da gatto.
Ho provato a descrivere il sapore della sua pelle al mattino, con quelle poche gocce di lentiggini a tracciarne la diafana consistenza.
Ho cercato nei suoi sguardi una casa, un mattino di pioggia, un figlio.
Non ho mai posseduto veramente la Donna Sfida. Al massimo la verità di un amplesso ci ha unito in egoistici orgasmi. Al massimo l?ho tenuta stretta, sospesa per sempre dentro un sospiro, in bilico tra insostenibile felicità ed affannosa angoscia.
È sempre andata via per prima, lasciandomi da solo a raccogliere amari applausi dopo l?ultima battuta.
Con il suo dolore ho scavato i miei ricordi, facendo a pezzi tutte le immagini per ricomporle in una sola, che non sa di donna, che non sa d?amore.
La Donna Sfida non è reale, non esiste.
La Donna Sfida è uno specchio che riflette me, ma non è me.
La sua mano destra è la mia sinistra, il suo cuore è sul lato opposto al mio.
Eppure la Donna Sfida mi rassomiglia.
Eppure nei suoi occhi mi riconosco.
Non l?ho mai posseduta veramente, eppure sarà con me per sempre.
..ieri
Ore 23.45 Via dell’Osservanza, Bologna
Arrivo correndo come un pazzo lungo la strada in salita. Freno da far fischiare le gomme. Afferro il telefono (il cuore mi batte in gola), cerco il suo numero in memoria, trattengo il fiato per un attimo, congelato dalla paura che lei non mi risponda. La sua voce mi chiede “dove sei?”…
Non vorrei, ma entriamo a casa. Stringo la mano con vigore a suo fratello ragazzino, lo fisso diecicentesimi di secondo in più del dovuto, voglio capire chi ho davanti, voglio che anche lui si ricordi di me, voglio metterlo in condizione di poter esprimere un parere quando glielo chiederanno.
entriamo nella sua stanza, mi guardo intorno cercando tracce ed indizi, ma ho troppo poco tempo e troppe presuntuose aspettative per riuscire ad essere obiettivo. mi colpisce la racchetta da tennis con le palline e la testa del letto indiana, sanno di adulto, di uomo e (forse) di semplicità.
Lei si toglie le scarpe ed io penso di morire ai suoi piedi, forti, da sportiva. stanotte è veramente bellissima.
iniziamo a parlare sottovoce, provo a tenere le sue mani nelle mie, ma lei sfugge. neanche trenta secondi e sto male.
Provo a dirle la verità. “mi sei mancata”, lei non da peso a nulla, vuole sapere perché la inganno, perché gioco, cosa voglio davvero…
non l’ascolto e continuo a dirle che è bella, lei continua a negarsi ma poi mi assale:
“pensi che io sia stupida? pensi che io non capisca che con me stai solo giocando? Sono solo una sfida e se tu riuscissi ad avermi ti stancheresti subito!”
sono in crisi, ho trentadue anni ma resto nudo come un bambino davanti alla prima ragazzina che…
Parlo di libertà, della mia necessità di mentirle per non condizionarla, della mia voglia di non farmi conoscere per farmi scegliere, per evitare che sovrastrutture di pensiero si sovrappongano alla mia vera immagine. mentre le parlo, mi ascolto e penso di aver ragione, penso che mi piacerebbe credere alle cose che dico e vivere di conseguenza. non so quanto capisca, forse sa che sto solo cercando di farmi comprare o solo provando a cambiarla per potermi innamorare di lei. Credo sappia perfettamente che la sua presenza in questa stanza è quasi superflua.
faccio marcia indietro o trovo un finale coerente al mio monologo, insomma sterzo tutto e torno ad insistere sui sentimenti, lei allora mi inchioda con un “ma davvero staresti con me?”. rispondo si tutto d’un fiato e sono maledettamente sincero!
Lei è sbalordita, pensa e dice “come fai a voler stare con me, dopo aver visto quello che faccio al mio ragazzo?”
“non lo so” (non lo so)
Lei mi dice che tra un pò vorrà andare a dormire, giusto il tempo di una sigaretta e…
gioco d’anticipo e vado via subito, lei mi lascia fare ma sulla porta mi dice annoiata “non fare sempre strategie con me…”
Le bacio la fronte, come facevano i soldati in partenza prima di salire su un treno sola andata, ma non ci sono saluti strappa lacrime, ne fazzoletti al vento, ne memorabili addii, non c’è niente se non il rumore dei miei passi sul selciato.
Oggi vorrei mandarle 100 rose con su scritto “ieri eri bellissima…”
…i wish you were here

So, so you think you can tell Heaven from Hell
Blue skies from pain
Can you tell a green field from a cold steel rail?
A smile from a veil?
Do you think you can tell?
And did they get you to trade your heroes for ghosts?
Hot ashes for trees?
Hot air for a cool breeze?
Cold comfort for change?
And did you exchange a walk on part in the war
for a lead role in a cage?
How I wish, how I wish you were here
We’re just two lost souls swimming in a fish bowl
year after year
Running over the same old ground
What have we found?
The same old fears
Wish you were here

